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LA GEOPOLITICA DEL CAFFÈ:
TRA POTERE GLOBALE E SPERANZA LOCALE

LA DIPLOMAZIA DELLA TAZZINA


Originario dell’Africa, il caffè ha progressivamente acquisito un’importanza socioeconomica e ambientale di rilievo globale. Attualmente, l’intera filiera genera un valore stimato di circa 200 miliardi di dollari e coinvolge oltre 25 milioni di produttori, distribuiti in 80 paesi nell’areale geografico compreso tra i due tropici e comunemente denominato “Cintura del Caffè”.
Come tutte le filiere di origine coloniale, quella del caffè è contraddistinta da una netta distinzione tra gli areali di produzione e di consumo. I primi sono rappresentati essenzialmente da paesi del Sud globale mentre i consumi si concentrano in quelli del Nord. Tale verticalità dà luogo a una forte iniquità, con gli attori dei paesi consumatori che giovando delle fasi maggiormente remunerative, ovvero la torrefazione e commercializzazione, sono in grado di controllare l’intera filiera.

La produzione, il commercio e il consumo di caffè da sempre intercettano e plasmano le dinamiche politiche ed economiche globali. Il settore, nella sua complessità e portata economica, è infatti definibile come un vero e proprio “ecosistema” in continua evoluzione e adattamento. Conseguentemente, per comprendere realmente le dinamiche della filiera, non si può prescindere dalla contestualizzazione di esse all’interno dell’ampio quadro delle relazioni internazionali.

Storicamente, il caffè ha svolto un ruolo cruciale nel colonialismo europeo, contribuendo alla sottrazione di risorse del Sud globale a favore dei paesi del Nord, alimentando conflitti, ingiustizie, disuguaglianze e influenzando fortemente le strutture economiche dei Paesi produttori. Successivamente, il suo ruolo come strumento di soft power e diplomazia è progressivamente cresciuto, rientrando ad esempio nelle dinamiche della Guerra Fredda come mezzo per consolidare la sfera di influenza del blocco Occidentale e stabilizzare le economie dei Paesi alleati. Nel corso del tempo, con la totale affermazione delle catene globali di valore, la filiera ha quindi ulteriormente rafforzato la propria dimensione politica, presentandosi al contempo sia come strumento di globalizzazione che come risultato di essa.

Attualmente, l’aggravarsi della crisi del multilateralismo unita ad un quadro macroeconomico sempre più complesso, stanno nuovamente cambiando la “geopolitica della tazzina”, determinando la comparsa di nuovi attori e dinamiche. In particolare, le politiche dei dazi americane e le nuove restrittive norme ambientali europee stanno delineando condizioni fertili per il rafforzamento della Cina nel settore. Quest’ultima, attraverso il caffè mira ad espandere la propria sfera di influenza soprattutto nel continente africano, come dimostra la recente abolizione delle tariffe di importazione per 53 paesi africani, tra cui Kenya, Ruanda ed Etiopia.

I nuovi accordi commerciali contribuiscono quindi a riscrivere gli equilibri geopolitici nel continente, consolidando il ruolo di Pechino su areali ricchi di caffè ma anche di minerali, materie prime strategiche e terre rare.

CHE SAPORE HA IL CAFFÈ?


Nonostante l’analisi della filiera del caffè debba essere necessariamente di ampio respiro, includendo differenti dimensioni, vi è il rischio che “abusando” del pensiero geopolitico ci si allontani dalla realtà materiale e dai principali attori che costituiscono realmente il settore, ovvero gli agricoltori.

Nonostante i piccoli produttori siano responsabili del 70% della produzione complessiva di caffè, la loro equa integrazione all’interno della catena globale di valore rimane ad oggi problematica. Infatti, si stima che il 44% di essi si trovi al di sotto della soglia di povertà, con percentuali che divengono ancora più drammatiche se riferite al contesto africano.

Tali condizioni di insicurezza economica sono dovute a una moltitudine di fattori, in particolare i piccoli agricoltori si trovano ad affrontare sia le sfide interne della filiera, come la volatilità dei mercati, gli squilibri di potere lungo la catena e le dinamiche speculative, che quelle esterne, tra cui gli impatti dei cambiamenti climatici.

Le contraddizioni della filiera emergono quindi chiaramente soffermandosi sulle condizioni dei piccoli agricoltori e possono essere riassunte da un fatto spesso ignorato: molti dei contadini che coltivano il caffè non ne conoscono il sapore. Il prodotto del loro lavoro percorre migliaia di chilometri, viene lavorato, tostato e servito in tutto il mondo, ma la bevanda finale resta per loro un bene di lusso, economicamente inaccessibile.

Questo paradosso racchiude l’essenza delle disuguaglianze che attraversano la filiera: da un lato, un mercato globale che genera profitti miliardari, dall’altro, comunità agricole che faticano a coprire i costi di produzione e a garantire la propria sussistenza.

Proprio partendo da questa contraddizione sono nati modelli di filiera alternativi, basati su rapporti diretti e trasparenti tra produttori, torrefattori e consumatori, nei quali il valore del caffè non viene misurato solamente in termini economici, ma anche da un punto di vista ambientale ed etico.

Ciò dimostra non solo come dinamiche alternative, finalizzate a una ridistribuzione più equa del valore prodotto, siano in atto, ma come il settore possa agire da vero e proprio “laboratorio” di cooperazione, coinvolgendo trasversalmente attori istituzionali, della società civile e del settore privato.

In conclusione, la filiera del caffè si configura come uno strumento utile per intercettare e comprendere le trasformazioni del mondo contemporaneo. Essa mostra chiaramente le diseguaglianze e le ingiustizie che colpiscono ancora oggi i paesi del Sud Globale. Allo stesso tempo, offre un barlume di utopistica speranza, ricordando con forza come in un’epoca di repentini cambiamenti, la cooperazione e gli approcci collaborativi siano la conditio sine qua non per assicurare un futuro equo e sostenibile, partendo dalle filiere agricole e arrivando alle relazioni tra le nazioni.