INVICTUS: Sudafrica e rugby
Il rugby
Il rugby è forse lo sport più famoso delle isole britanniche e di molte sue ex colonie. Tra le 10 nazionali più forti al mondo ci sono infatti le squadre di Inghilterra, Galles, Scozia, Irlanda, Australia, Nuova Zelanda, Fiji e Sudafrica. Oggi il primato di campione del mondo appartiene agli “Springbok” del Sudafrica, dopo essere stato per molti anni dei rivali “All Blacks” della Nuova Zelanda.
La nascita degli Springboks
In Sudafrica il rugby è il simbolo delle sue più profonde trasformazioni sociali, politiche ed economiche. La nazionale, nata nel 1889, prese il nome di “Springbok” (l’antilope o gazzella saltatrice) nel 1896, quando la South African Rugby Union fece un tour nelle isole britanniche con una squadra composta solo da afrikaner e coloni, nel tentativo di superare i conflitti tra questi due gruppi ereditati dalla guerra anglo-boera.
Rugby e apartheid
Il tentativo non funzionò: al contrario, rafforzò le barriere tra la popolazione bianca e quella nera, che considerava la nazionale sudafricana – composta esclusivamente da giocatori bianchi – un simbolo dell’oppressione.
Per gran parte del XX secolo gli Springboks furono associati al nazionalismo afrikaner. Molti giocatori appartenevano alla confraternita del Broederbond, che sostenne la vittoria del Partito Nazionalista nelle elezioni del 1948. Il partito approvò poco dopo il Group Area Act, che obbligava i neri a vivere in aree separate e non sviluppate. Ai neri era vietato anche utilizzare i campi da rugby; negli anni ’60 fu persino vietato l’ingresso in Sudafrica ai giocatori maori della nazionale neozelandese “All Blacks”, episodio che si ripeté negli anni ’80.
L’isolamento internazionale del Sudafrica
In seguito a questi eventi, la Federazione Mondiale di rugby impose agli Springboks una squalifica internazionale dal 1984 al 1992. Solo nel 1992 venne creata la South Africa Rugby Football Union (SAFRU), un organo unificato e non razziale di governo del rugby.
Nelson Mandela e il rugby come strumento di riconciliazione
La svolta arrivò nel 1994 con l’elezione di Nelson Mandela a Presidente del Sudafrica. Grande tifoso di calcio, Mandela comprese però che il rugby poteva diventare uno strumento di unità nazionale in un Paese profondamente diviso e in piena crisi economica.
In vista dei Mondiali di rugby del 1995 assegnati al Sudafrica come simbolo di riconciliazione, Mandela visitò insieme agli Springboks – che allora avevano un solo giocatore nero – le squadre delle township più povere. Insieme al capitano Francois Pienaar lavorò per convincere bianchi e neri ad accettare una convivenza pacifica e a sostenere una squadra fino ad allora odiata da gran parte della popolazione.
La finale del 1995 e il trionfo dell’unità nazionale
La finale dei Mondiali del 1995, giocata a Johannesburg tra Springboks e All Blacks, è stata raccontata nel film Invictus diretto da Clint Eastwood. Gli Springboks vinsero in uno stadio tutto esaurito, dove non sventolavano più le bandiere arancio-bianco-blu del passato, ma quelle arcobaleno del nuovo Sudafrica.
Sessantamila tifosi bianchi e neri erano seduti insieme sugli spalti dell’Ellis Park. Fu il trionfo della politica di Mandela e dello sport che, come disse lo stesso Mandela, “ha il potere di cambiare il mondo e creare speranza dove prima c’era solo disperazione”.
Oggi la nazionale sudafricana di rugby è la più forte al mondo. Ha vinto quattro edizioni della Coppa del Mondo e, nelle ultime due, il trofeo è stato sollevato da un capitano nero, simbolo di un Paese profondamente cambiato rispetto al passato.