GIBUTI: Il piccolo Paese dall’enorme peso specifico
Il ruolo strategico
Situata nel Corno d’Africa tra Eritrea, Etiopia e Somalia, la Repubblica di Gibuti appare sulle cartine geografiche come un minuscolo punto dai confini squadrati; in questa terra così piccola e sconosciuta, convergono gli interessi strategici e geopolitici di mezzo mondo.
Gibuti ha una superficie di 23mila km² ed una popolazione di circa 1 milione di abitanti che, fino alla metà del XIX secolo, condivideva un’evoluzione storica e politica piuttosto simile a quella del vicino popolo somalo. Nel 1882 i francesi costruiscono la città di Gibuti e una base navale e commerciale per controllare l’ingresso del Mar Rosso. Gibuti rimane colonia fino al 1977, anno dell’indipendenza: in tutto questo periodo sono state numerosissime le tensioni interne legate ai favoritismi dell’amministrazione d’oltremare nei confronti della popolazione Afar a discapito degli Issa.
Dal 1977 ad oggi, Gibuti ha conosciuto soltanto due Presidenti: Hassan Aptidon e il nipote Ismael Guelleh, attuale Premier in carica dal 1999. La grande attrattività di Gibuti risiede nella sua posizione strategica; la penisola arabica dista approssimativamente 40 km dalla costa e nell’antistante stretto di Bab el-Mandeb transita circa un terzo del commercio mondiale diretto verso il Canale di Suez. Non lontano da Gibuti si trovano il Golfo di Aden con il relativo accesso all’Oceano Indiano e lo Stretto di Hormuz, fondamentale per il transito di petrolio, gas e fertilizzanti. Se oggi la Francia continua ad essere uno dei Paesi più interessati a Gibuti (sul suo territorio mantiene la più grande – e ormai unica- base militare al di fuori del proprio territorio nazionale), molti altri intrattengono da tempo relazioni commerciali approfittando della buona intesa con il Presidente Guelleh: tra questi Regno Unito, Germania, Spagna ed Italia. Più recentemente nuovi (ma non disinteressati) attori sono arrivati a Gibuti. La Cina, ad esempio, ha realizzato la ferrovia ad alta velocità che collega il porto di Doraleh a Gibuti ad Addis Abeba, nell’ambito dell sua “Belt and Road Initiative”: 750 km di rotaie che permettono la rapida mobilità di passeggeri e milioni di tonnellate di beni. L’opera, costruita con i finanziamenti delle banche di credito cinesi (China Exit Bank per 2.5mld di dollari), rappresenta uno dei casi più discussi ed analizzati di “trappola del debito” cinese: una ricorrente pratica finanziaria con cui le Banche di Stato legano i debiti pubblici di Paesi incapaci di grandi progetti infrastrutturali alle proprie speculazioni di credito. Pechino oggi detiene circa l’80% del debito estero di Gibuti: un cappio potenzialmente fatale per il Paese che potrebbe consentire alla Cina di assumere il completo controllo del porto di Dolareh.
Dal 2003 Gibuti ospita “Camp Lemonnier”, una base militare permanente degli Stati Uniti acquisita con un contratto di affitto. Gli affitti a Paesi stranieri fruttano a Gibuti introiti pari al 6-7% del PIL del Paese se si considerano solo i canoni di locazione versati al bilancio dello Stato; le entrate totali relative ai settori della difesa di Paesi esteri portano la percentuale a più del 20% del PIL.
Altro attore che si aggiunge alla partita geopolitica che si gioca sulle coste di Gibuti è l’Etiopia, mossa dall’ambizione di recuperare uno sbocco sul mare e di marcare la propria presenza nel continente. Senza più sbocco sul Mar Rosso dopo l’indipendenza dell’Eritrea nel 1993, il commercio estero dell’Etiopia dipende per il 90% dal porto di Gibuti al costo esorbitante di 2mld di dollari all’anno. Ma le ambizioni etiopi sono spinte anche dal sentore di un’esclusione dal “grande gioco marittimo” dell’area, esacerbato dal sovraffollamento di attori esterni.
Il prezzo interno della centralità geopolitica
La proficua rendita geostrategica e l’ottima relazione commerciale e diplomatica con l’Occidente garantisce a Gibuti una stabilità politica ed economica più che rara nel continente africano.
Purtroppo alleanze strategiche e rendite si fermano all’interno del Palazzo del Governo e non hanno mai raggiunto la popolazione che per circa il 15% è sotto la soglia di povertà estrema (WB, 2025) e per un terzo vive una condizione di insicurezza alimentare acuta (FAO, 2023). E così la “stabile democrazia” di Gibuti è in realtà un modello di stabilità apparente fondata su una rendita geopolitica che serve gli interessi di alcuni Paesi a scapito dello sviluppo locale.
Se in molti Paesi africani sono i minerali preziosi, le terre rare e i giacimenti di petrolio e uranio ad attirare l’attenzione delle Nazioni più ricche, per Gibuti è la posizione strategica ad elevarlo a cardine geopolitico degli equilibri globali, rendendo il Paese una semplice pedina da manovrare nella scacchiera strategica delle potenze più sviluppate.
Bibliografia e fonti:
– Camilla. (2026, January 19). Il Punto. Gibuti, il piccolo snodo dove passa il mondo.Setteottobre.
– Djibouti, a crucial partner in a strategic but unstable region. (n.d.). EEAS.
– Ferrari, A. (2022, March 19). Gibuti, il piccolo stato dove ti salvi dalla fame e dalla sete soltanto se sei un soldato straniero. AGI.
– Noto, L. (2024, November 15). TUTTI a GIBUTI, SENTINELLA DEL MEDIOCEANO.Limes.
– Provaintermedio (2020, February 28). L’ascesa di Gibuti come hub militare strategico. Geopolitica.info.
– Today, P. (2021, March 17). How Djibouti surrounded itself by military bases – Politics Today.
– Whitehead, E. (2021, August 31). Why do so many countries have military bases inDjibouti? People’s World.