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Dalla foresta alla tavola: alla scoperta della “bushmeat”, la carne di animali selvatici

Una risorsa alimentare ed economica

La carne di animali selvatici (“bushmeat”) è da sempre un’importantissima fonte alimentare e di reddito per molte popolazioni africane, che cacciano pipistrelli, scimmie, ratti, serpenti e altri animali selvatici per il proprio sostentamento. Affumicata, essiccata o cotta, questa carne rappresenta una preziosa fonte di proteine per le comunità rurali, dove l’allevamento di animali domestici risulta troppo costoso o poco praticabile. Nelle foreste dell’Africa centrale, il volume complessivo del prelievo di animali selvatici è stimato tra 1 e 4,9 milioni di tonnellate equivalenti all’anno. Nelle comunità rurali del Camerun, dove le possibilità di acquistare fonti proteiche alternative sono molto limitate, la carne di selvatici rappresenta tra l’80% e il 98% del consumo di proteine animali. In molte zone rurali, il consumo di “bushmeat” aumenta stagionalmente, ad esempio nei periodi che intercorrono tra un raccolto e l’altro, durante la stagione secca (quando il pesce non è disponibile) e quando i nuclei familiari dispongono di redditi ridotti.

Il valore della “bushmeat

La carne di animali selvatici è infatti molto apprezzata in Africa ma anche molto cara. La sua importanza nell’economia domestica varia a seconda della località, oscillando tra il 38% e oltre il 90% del reddito famigliare. Storicamente, la vendita di “bushmeat” avveniva a livello locale ma oggi, con la crescita della popolazione, la selvaggina è diventata una fonte di reddito che soddisfa non solo le esigenze di sussistenza di molte popolazioni locali, ma anche quelle economiche grazie a un commercio che avviene ormai in gran parte fuori dalle tradizionali zone di caccia.

Dalla sussistenza al commercio

Non più gestita da cacciatori locali, oggi l’attività di prelievo di selvaggina si avvale di armi da fuoco moderne e sfrutta la vasta rete di nuove strade che l’industria del legname ha aperto nelle concessioni forestali. I cacciatori possono svuotare una foresta o una zona umida nel giro di poche notti, accedendo sia ai mercati locali che urbani che internazionali; man mano che le foreste si spopolano di animali, il prezzo della carne di selvaggina sale vertiginosamente, trasformandola in un bene di lusso per le élite urbane.

L’impatto sulla biodiversità

Biologi e ambientalisti sono particolarmente preoccupati per la caccia commerciale su larga scala di specie a riproduzione lenta, come le grandi scimmie. Sull’isola di Bioko, al largo della Guinea Equatoriale, la caccia ha decimato le popolazioni delle sette specie di scimmie endemiche dell’isola, tutte a rischio di estinzione. Anche gli elefanti di foresta, considerati a rischio di estinzione, in alcune aree dell’Africa centrale vengono cacciati per la loro carne mentre le zanne, che alimentano il commercio di avorio, sono soltanto un sottoprodotto.

I rischi sanitari

Le attività connesse alla caccia e al consumo di “bushmeat” sono state associate a numerosi focolai di malattie infettive emergenti, come Ebola, HIV e SARS; la domanda crescente di selvaggina espone un numero sempre maggiore di persone a questi patogeni. Il rischio più elevato si riscontra durante la macellazione degli animali: il numero di persone che si occupa della macellazione è infatti molto superiore a quello di chi pratica la caccia.

Norme difficili da applicare

Per questo motivo, e per evitare il rischio di estinzione di molte specie, sono stati fatti numerosissimi tentativi per ridurre il prelievo e il consumo di selvaggina al fuori delle zone dove ciò avviene tradizionalmente (per molte popolazioni locali esistono permessi di prelievo di molte specie selvatiche). Sebbene molti Paesi africani oggi vietino la caccia alle specie minacciate e impongano l’acquisto di permessi a cacciatori e venditori di selvaggina, la scarsa o la difficile applicazione delle norme ha permesso al commercio di tale carne di continuare a prosperare e crescere. A parte il rischio sanitario, ciò che oggi preoccupa maggiormente è l’impatto della caccia eccessiva sui fragili ecosistemi forestali alimentata da questa crescente domanda di ”bushmeat” nelle grandi città, in particolare Brazzaville e Kinshasa, che insieme contano 16 milioni di abitanti.

Le possibili alternative

Molti studi hanno dimostrano che quando il costo della carne di provenienza nazionale è troppo elevato, i consumatori, sia urbani che rurali, tendono naturalmente a optare per la carne di selvaggina. Controlli mirati dei prezzi o sussidi per il bestiame di provenienza nazionale renderebbero la carne bovina più competitiva rispetto alla selvaggina. Inoltre, investire anche nell’acquacoltura e nell’allevamento avicolo contribuirebbe a rifornire i mercati locali (ad esempio, le “chop bar“), assorbendo una domanda che altrimenti sarebbe alimentata dalla caccia.

Tra riduzione e tradizioni locali

Il consumo di di “bushmeat” può e deve essere ridotto, ma non abolito; la carne di selvatici fa parte di molte culture locali, e qualsiasi tentativo di divieto di prelievo non può che spingere a un commercio clandestino, dando origine a mercati illegali con maggiore rischio di perdita di biodiversità e un maggiore rischio di trasmissione di malattie.

Autore: Riccardo Fortina