AFRICA E BOMBA ATOMICA
Il 13 febbraio 1960 la Francia fece esplodere la sua prima bomba atomica nel deserto sahariano algerino. Il test, voluto da Charles De Gaulle, generò in Algeria una nube contaminata di Cesio 137 e Iodio 131 che, sospinta dal vento, raggiunse anche la Sicilia Occidentale. Nel pieno della guerra di liberazione algerina, la Francia non rivelò quanto accaduto e continuò i suoi esperimenti nella provincia di Adrar. Da quel 13 febbraio e fino al 1966, altre 16 esplosioni nucleari vennero condotte nel deserto del Sahara, con conseguenze devastanti per le popolazioni locali, l’ambiente circostante e non solo. Ai primi 4 test nucleari condotti in atmosfera a Reggane (un distretto situato nella pianura di Tanezrouft, a circa 1000 km da Algeri) fecero seguito altre 13 esplosioni sotterranee a In-Ekker. Il primo esperimento in atmosfera, Gerboise Bleue, avvenne con una potenza di circa 70 kiloton, quasi quattro volte superiore a quella della bomba di Hiroshima; gli altri tre test, denominati Gerboise Blanche, Rouge e Verte, segnarono l’ingresso della Francia nel club delle potenze nucleari.
I test francesi non si limitarono al periodo coloniale. Anche dopo l’indipendenza dell’Algeria, gli esperimenti continuarono in base ad accordi confidenziali tra Parigi e il governo provvisorio rivoluzionario algerino, che in cambio ottenne il riconoscimento della sovranità. Di questi esperimenti restano pochi documenti, ma alcuni studi indicano che tra le conseguenze a breve e lungo termine ci sono stati un aumento dei tumori, di malformazioni congenite e di altre patologie legate ad esposizione alle radiazioni. Dopo ogni test atmosferico, infatti, le particelle radioattive venivano disperse a Sud nell’Africa subsahariana o a Nord verso il Mediterraneo e l’Europa a seconda dei venti.
Il test sotterraneo Beryl del 1° maggio 1962 fu particolarmente disastroso: l’esplosione causò una fuoriuscita radioattiva che contaminò anche gli alti funzionari francesi presenti sul sito, tra cui membri della Commissione ministeriale, alcuni dei quali morirono di leucemia negli anni successivi. Anche i militari francesi furono esposti alle radiazioni, riportando gravi danni alla salute.
La Francia non si è mai preoccupata degli effetti devastanti che le bombe atomiche potevano avere sulle popolazioni locali, alle quali non furono mai messi a disposizione posti dove ripararsi dalle radiazioni. Non c’è un numero esatto dei morti o degli ammalati da radiazioni, ma nel sud dell’Algeria, medici e ONG continuano a denunciare il ripetersi di malattie sospette e di affezioni pressoché sconosciute in questi luoghi prima che la radioattività contaminasse le sabbie del deserto. Il cancro alla tiroide, alla pelle, ai polmoni, al seno, le leucemie e le malformazioni di neonati sono ormai all’ordine del giorno tra le famiglie sahariane di quelle zone. E al di fuori dell’Algeria, le tempeste di sabbia del Sahara hanno portato in Europa tonnellate di polvere fina, molta della quale è risultata contaminata da cesio-137, generato dal decadimento radioattivo prodotto da quelle esplosioni. Nella Sicilia Occidentale la contaminazione è stata rilevata più volte tra il 1960 e il 1966, e anche nelle Canarie l’università di Tenerife ha rilevato i prodotti di decadimento radioattivo nella sabbia del Sahara trasportata dai venti. La Francia non ha mai effettuato alcuna bonifica dei siti delle esplosioni, al punto che ancora oggi la permanenza in quei luoghi si ritiene sia altamente rischiosa. Nel 1966 e fino al 1996 la Francia ha trasferito i test negli atolli di Mururoa e Fangataufa della Polinesia francese; le esplosioni sono state quasi 200.
Per fortuna c’è anche una storia tutta diversa da quella dell’Algeria: è quella dell’atomica sudafricana. Una storia unica nel suo genere, perché il Sud Africa, dopo aver acquisito una capacità nucleare militare, ha deciso di tornare sui suoi passi (“rollback”) e abbandonare il programma: un caso unico al mondo! La storia inizia nel 1957, quando il Sud Africa cerca una collaborazione con Stati Uniti e Gran Bretagna per il trasferimento di tecnologie nucleari in cambio delle sue grandi riserve (e vendite) di uranio. A metà degli anni ’60 viene costruito il primo reattore di ricerca nella località di Pelindaba, e nel 1974 viene concluso un accordo (con la Francia) per la costruzione di un impianto di produzione vicino a Città del Capo. Inizia contemporaneamente la corsa alla costruzione di un arsenale nucleare, alimentata dalla mancanza di protezione dovuto all’isolamento diplomatico a causa del regime di apartheid e dalla paura legata alla guerra civile scoppiata in Angola e Mozambico dopo il ritiro del Portogallo e l’intervento di truppe cubane appoggiate dall’Unione Sovietica. E’ proprio l’Unione Sovietica che nel 1977 segnala la presenza di un sito di sperimentazione nel deserto del Kalahari. Nel 1978 il Presidente sudafricano Vorster decide di dotarsi di un arsenale composto da 6 ordigni nucleari entro la metà degli anni ’80 come deterrente. Ma nel 1982 alcuni militanti dell’Africa National Congress (partito di opposizione al regime di apartheid) conduce un attacco a un impianto nucleare vicino a Città del Capo, creando una sensazione di pericolo sul fronte interno. Nel frattempo diminuiscono le tensioni della guerra fredda: i cubani si ritirano dall’Angola e il Sudafrica si ritira dalla Namibia, che ottiene l’indipendenza.
Sono trasformazioni che tolgono senso alla scelta di un arsenale nucleare, peraltro mai apertamente dichiarato. Nel 1989 in nuovo Presidente De Klerk procede allo smantellamento del deterrente nucleare (che verrà messo in pratica entro il 1991 con la distruzione del materiale fissile e degli ordigni) e aderisce al trattato di non proliferazione nucleare. Una storia, quella del nucleare del Sud Africa, che fino ad oggi non ha paragoni. Sebbene per alcuni la decisione di “rollback” sia stata presa a fini razziali – ovvero dettati dalla paura di un possesso dell’arma nucleare da parte di un governo composto dalla popolazione africana – il caso sudafricano rimane un esempio virtuoso senza paragoni.