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L’Africa “In Minor Keys”

Riccardo Fortina

Un’edizione segnata dall’Africa

L’Africa e la 61° Biennale di Venezia hanno fatto molto parlare di sé non solo per la polemica etico-politica che ha visto il ritiro del Sudafrica per un’opera che toccava il nervo scoperto di Gaza, ma anche per le scelte di Koyo Kouoh, direttrice camerunense-elvetica della mostra scomparsa nel maggio 2025 poco prima dell’inaugurazione. Alla Biennale, l’Africa è rappresentata da 13 Paesi che, con l’eccezione di Egitto e Marocco, non sono presenti nelle sedi consacrate, cioè Arsenale e Giardini, ma sono sparpagliati nel restante spazio veneziano.

Una nuova rappresentazione dell’arte africana

Come viene raccontata l’Africa alla Biennale? Tra i lasciti di Koyo Kouoh c’è sicuramente la volontà di rivendicare l’esistenza di un’arte africana, la volontà di offrire agli artisti africani una sorta di accreditamento nel consesso internazionale dell’arte e della cultura, e la volontà di riconoscere all’arte e alla cultura un ruolo di volano nello sviluppo economico di un Paese. Koyo Kouoh ha indubbiamente cercato di portare un modo nuovo di rappresentare la sensibilità artistica africana facendo una selezione che in qualche modo si smarchi dal gusto occidentale; ma, almeno per i padiglioni,  ha dovuto trovare un compromesso tra creatività, che è africana, e mercato, che resta in larga parte occidentale e legato agli Stati Uniti e all’Europa. 

L’Africa nella mostra centrale

Se dai padiglioni si sposta lo sguardo sulla mostra centrale, la percezione è molto diversa: tra i 111 artisti presenti, infatti, la rappresentanza di africani, afrodiscendenti e afroamericani è molto ampia. Durante la mia visita alla biennale mi sono soffermato sulle opere di Sammy Baloji, artista congolese.

Sammy Baloji tra colonialismo e restituzione culturale

Come si legge nei cartelli della mostra, Sammy Baloji “utilizza l’estrazione delle risorse naturali in Congo come prisma per indagare le eredità persistenti del colonialismo e il modo in cui queste strutture hanno plasmato la fruizione e la contestualizzazione dell’arte africana. Recupera dei manufatti tradizionali congolesi per attuare una forma di restituzione culturale”. Alla Biennale ha presentato 3 sculture e 16 collage.  Ogni scultura si basa su un’opera appartenente a una diversa collezione; c’è una grande scultura all’aperto che riprende un’opera conservata in un gabinetto di curiosità rinascimentali,  mentre le due sculture esposte all’interno del Padiglione Centrale fanno riferimento a opere provenienti da un museo coloniale belga del XIX secolo e dalla collezione del museo nazionale di Mobutu degli anni Settanta, che promuoveva un ritorno all’“autenticità”.

Figure 1-La scultura esposta all’esterno del Padiglione Centrale

I collage, la memoria delle risorse minerarie e le tonalità minori

I collage sono invece realizzati scansionando e ingrandendo opere congolesi già esistenti, intrecciandole con propri diagrammi di cristalli minerali ispirati alla struttura cristallina dell’uranio che alludono alla radioattività e alle conseguenze distruttive delle armi atomiche. Opere perfette per un tema come quello di “In Minor Keys” (questo è il titolo della 61° Biennale), che propone una riconnessione radicale con la natura e il ruolo originario dell’arte nella società – quello emotivo, visivo, sensoriale, affettivo e soggettivo – invitando i visitatori ad ascoltare le tonalità minori (le Minor Keys, appunto) e a scoprire quelle oasi e quelle isole dove si tutela la dignità di tutti gli esseri viventi.

Figure 2-I 16 collage
Figure 3-Dettaglio di un collage